10 cose che le mamme non vogliono più fare

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L’inverno addosso. Nella testa, nei progetti che si allungano, in quelli nuovi che non riescono a partire. Sono nervosa ed esausta come una persona spremuta in maniera direttamente proporzionale alla stagione fredda che non vuole togliersi di mezzo.
 
Avete presente lo stato di ansia che nasce quando vedete una sola ultima tacchetta nella batteria del telefono, e non avete caricatore né powerbank e nessuno a cui scroccarli? Ecco, applicatelo a voi stessi e capite come ci si sente quanto si va in riserva. E dunque il terreno è fertile per la polemica e l’ironia, così le ho trasformate in un decalogo da consegnare nelle mani delle donne e gli uomini del marketing.
 
Ecco, donne e uomini del marketing, avete presente Tony Servillo in “La grande bellezza”, quando dice: non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare? Ecco, ci sono almeno 10 cose che le mamme non vogliono più fare!

10 cose che le mamme odiano fare


 
  1. Aprire le buste sigillate strappando dalla linguetta facilitatrice

    La vita è troppo breve per sprecarla ad aprire confezioni di plastica o sigillate in alluminio da quel triangolino impertinente accompagnato dalla call to action “apri qui”, “apertura facilitata” e altre prese in giro simili, che ti costringe a uno spreco di forze che va contro ogni legge della fisica, e quasi sempre poi si stacca facendoti perdere probabilmente la pazienza e certamente un’unghia. Per affondare poi con rabbia la punta del coltello direttamente al centro della confezione che scoppia e diventa irrichiudibile. Ergo, devi pure mangiarne il contenuto intero, e rovinare così la dieta. E allora giuri di cambiare marca, supermercato.. guai se ti sovviene che la confezione è stata comprata da tuo marito! E mi fermo qua: avete presente il battito d’ali che provoca un uragano dall’altra parte del mondo? Ecco, quando sollevi la maledetta linguetta succede questo!

  2. Scartare i lecca lecca

    Su quanto sia importante limitare gli zuccheri che diamo ai bambini per la loro alimentazione, i loro denti e il nostro conto in banca siamo tutti alfabetizzati, ma i lecca lecca, aziende, i lecca lecca sono l’abc! E credo che dobbiate mandare i vostri esperti di marketing e packaging ad assistere al momento in cui un genitore consegna un lecca lecca a suo figlio. Il premio perchè si è comportato bene, la pillola per indorare una puntura, l’asciugalacrime nella tasca del papà quando si sente la nostalgia della mamma. Il momento è topico, il tempismo è tutto. Lo tiri fuori con gesto roteante tenendolo per lo stecco, le pupille del bimbo si dilatano, la salivazione aumenta, le aspettative sono a mille. E nulla: ci vuole mezz’ora per scartarlo, che non si trova il verso con cui quella pallina di zucchero è stata avvolta, sigillata e cementificata nell’involucro che allora strappi con le chiavi della macchina o con i denti, e alla fine il dentista servirà a te.

  3. Ricevere messaggi di sole faccine

    Ormai il concetto è sdoganato: le mamme vivono lo smartphone come prolungamento naturale del braccio. Fondamentale per informarsi e aggiornarsi (concetto ben diverso dal cazzeggio), esercitare la naturale propensione al multitasking mentre si allatta, indispensabile per fornire e ricevere assistenza in chat in tempo reale (perché oggi serve a te ma domani potrà servire a me), necessario durante la spesa per una rapido check, dell’amica che ne sa, della lista degli ingredienti dei biscotti nel carrello. Ma tutto ha un prezzo: tenere lo smartphone in una mano mentre con l’altra ci si destreggia tra buste, bambino, borsa in cui, come da manuale, non si trova mai nulla al primo tentativo, richiede arte, allenamento e disciplina e pertanto pretende impegno e rispetto. Pensateci la prossima volta che inviate una faccina per rispondere a una foto di un orribile lavoretto inviata nella chat di classe due giorni prima, su cui si era già discusso una mezzoretta. Il suono della notifica attiva la macchina infernale del testa-spalla-baby-one-two-three, e se il motivo non vale il sacrificio, sarete bannati per sempre!

  4. Usare la tovaglia

    Anche qui vorrei invitare i più grandi esperti di marketing, quelli che trovano la soluzione ai bisogni dei consumatori, a casa mia una sera a cena. Per rispondere a queste domande: perché mi vendete delle tovaglie? A cosa servono? Il mio tavolo è pulito come quello di una sala operatoria. Tutto finisce semplicemente sul pavimento. Fate upselling e vendetemi un bavaglione invece di un bavaglino, che si prolunghi fino al pavimento e diventi un tappeto da cena o un sottotavola usa e getta, oppure fate crosselling e createmi il kit che preveda un aspiratore acchiappabriciole come l’acchiappasmalto quando tolgo il semipermanente dall’estetista, o aggiungetemi in bundle un cucciolo affamato! Presto, che mi si sta sbriciolando pure la pazienza!

  5. Affrontare la zip vedo/non vedo

    Questo è per i marketer dello sport e della cartoleria: che avete contro le zip degli zaini? Perché pensate che siano così brutte da doverle nascondere con quella pattina di tessuto tono su tono che sarà pure antipioggia, ma che si infila scientificamente nella cerniera dopo tre cm esatti e blocca l’apertura dello zaino? E tu devi iniziare con su e giù sperando di scastrarlo, ma quasi certamente si reincastrerà tre cm più avanti. E tra l’operazione di apertura totale e chiusura totale è già finita la lezione di calcio di tuo figlio. Vi prego, fate in modo che la zip non si accompagni sempre a un “beeep”!

  6. Scoprire i fantasmi dei lavoretti degli anni passati

    Passi la cassapanca coi lavoretti 0-6 del primo figlio. Passi la scatola da trasloco coi lavoretti 0-2 del secondo figlio. Passino quelli fatti a scuola e al catechismo. Ma i disegni fatti dai nonni, con la babysitter, nei laboratori e nei compleanni NO. Uniamoci e diventiamo una sola voce: io dico no al senso di colpa quando stai facendo decluttering, devi  fare posto al nuovo e ne trovi un mucchietto. Quelli NO, non sono ricordi, ma allenamenti propedeutici a rendere speciale i soli ricordi che passano l’esame emozionale di almeno due adulti di casa e vengono conservati nella casspanca certificata. Non c’è più spazio? Pazienza, quelli che ci sono sono sufficientemente rappresentativi del periodo dell’espressionismo astratto.

  7. Mangiare gli avanzi della cena dei figli

    Gli avanzi della cena sono un attentato alla forma della mamma. Che per non sprecare il cibo, dopo una giornata di dieta e sport in vista dell’estate, la finisce a cena con quattro cucchiai di stelline in brodo, tre pezzi di parmigiano, due terzi di fettina di pollo, mezza mela. E poi suona il citofono ed è arrivata la pizza ordinata per cena, che per una volta non avevi voglia di cucinare!

  8. Mettere in ordine i giocattoli in piccole parti

    Io ho deciso che fino al compimento dei tre anni del figlio più piccolo non metterò più in ordine i giocattoli. È un lavoro inutile: appena finito, mi basta attendere il tempo dello starnuto dovuto alla polvere sollevata ed è già tutto come prima, anzi con l’aggiunta di quel gusto in più che accompagna lo sguardo di sfida dei terrible two. Mi sento incastrata in una specie di Boomerang di Instagram, con in più un terribile mal di schiena. Un metti la cera togli la cera, dove al posto della cera ci sono macchinine, costruzioni, colori, supereroi e palline. Abolirei tutti i giocattoli della dimensione adatta a finire sotto al divano o proporrei ai marketer dei giocattoli di inserire un dispositivo magnetico e dotare i genitori di una calamita acchiappatutto, a forma di zoccolo di cavallo, come quelle dei cartoni, o un bastone per genitori rabdomanti alla ricerca del lego perduto. O perché no, un mini pannello solare che li faccia illuminare di notte, così da salvaguardare piedi scalzi che, per la legge di Murphy, li calpestano esattamente con la parte appuntita nel tallone.

  9. Acquistare le confezioni di merende e crackers

    In caso di ammaraggio su un’isola deserta potrei andare avanti almeno una settimana con le merende sbriciolate che ho nella borsa. Che senso ha impacchettare 4 crackers in ogni bustina, pure con la linea tratteggiata per facilitare la divisione a metà? Vendetemi direttamente la polvere di salatini con un pratico cucchiaino da viaggio o un piccolo imbuto per ingollarli a garganella (non ditemi che non lo fate con le ultime briciole del pacchetto!).

  10. Comprare pantaloni “normali”

    Quanto dura in media un pantalone da bambino? Dopo trenta giorni è già corto e, a meno che non siate del team risvoltino, non vorreste un pantalone allungabile almeno di 10 cm? Per non parlare delle ginocchia: complice l’inverno prolungato, non ho più nell’armadio un pantalone da bambino non bucato nelle ginocchia. Usare le toppe? Non ho più un pantalone con le toppe alle ginocchia che non sia bucato nelle toppe stesse! Non sarebbe utile un pantalone fortificato, non dico con un sospensorio nelle ginocchia, ma quanto meno imbottito e a prova di strappo?

 
Ecco, ce ne sarebbero tante di invenzioni mamma friendly… voi avete suggerimenti per i brand in ascolto? 😉

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